20 anni fa la morte di Jeff Buckley, l’autore di “Grace”

Jeff Buckley

… E la pioggia scende e credo sia venuto il mio tempo“. La sera del 29 maggio del 1997, l’immenso compositore e interprete americano Jeff Buckley – l’autore dell’immortale ‘Grace’ (di cui un estratto con cui abbiamo aperto il pezzo) annegò nelle acque del Wolf River, affluente del Mississippi, vicino a Memphis, lasciandoci a soli 30 anni.

Aveva voglia di fare una nuotata, raccontò l’amico Roadie Keith Foti, e si immerse vestito e intonando ‘Whole lotta love‘ dei Led Zeppelin. Il suo corpo venne ritrovato il mattino del 4 giugno, sotto il ponte di Beale Street. A 20 anni di distanza, la sua assenza nel mondo della musica è ancora così maledettamente rumorosa, e incolmabile.

Un artista originale, emozionante, una voce fuori dal coro. Unico figlio del leggendario cantautore folk Tim Buckley, che lo abbandona piccolissimo (e che morì per overdose nel 1975 a 28 anni), cresce con la madre e il patrigno, che sarà una figura fondamentale per la sua formazione musicale.

Il punto di svolta della sua carriera è il 1991, quando viene invitato a New York per esibirsi al Greetings from Tim Buckley, il concerto tributo a suo padre. Accompagnato dal chitarrista Gary Lucas, per Jeff è la prima apparizione pubblica.

Una performance che lascia il pubblica a bocca aperta. Si trasferisce definitivamente nella Grande Mela da Los Angeles, e si unisce alla band dei Gods and Monsters. Intanto cerca dei locali dove poter esprimersi da solita e trova la sua dimensione ideale al Sin-è, pub irlandese da 50 posti, “calcato” anche da U2, Sinead O’Connor e Hothouse Flowers. Jeff suona ogni lunedì, spaziando da un genere all’altro, con le cover di Led Zeppelin, Bob Dylan, Elton John, The Smiths, Leonard Cohen, Robert Johnson e alcuni brani scritti con Gary Lucas. Finalmente qualcuno nota il suo talento fuori dagli schemi e nel 1992 la Columbia Records lo mette sotto contratto.

Un anno dopo registra l’EP “Live at Sin-é”: 4 canzoni (due cover, una di Edith Piaf e l’altra di Van Morrison, e due suoi pezzi, Mojo Pin ed Eternal Life). E poi il capolavoro, “Grace”. Un album di 10 canzoni (da ‘Hallelujah’, scritta da Leonard Cohen – “uno dei rari casi in cui la cover supera l’originale – a ‘Lover, YouShould’ve Come Over’, dalla titletrack ‘Grace’ a ‘Dreams Brother’) che racchiude tutta l’essenza, la fragilità, la rabbia e la sensibilità dell’autore, che in quel periodo (era il 1994) stava vivendo tra le altre cose una tormentata storia d’amore con l’attrice Rebecca Moore.

Osannato dalla critica come un classico fuori dal tempo, e dalle mode, Jeff dimostrò con un solo disco quanto potesse essere sterminato il suo genio, annegato quella triste e misteriosa sera di 20 anni fa, e di quanto ci manca. Durante la sua carriera, Jeff Buckley ha toccato anche l’Italia, esibendosi a Milano (’94), Cesena e Correggio nel 1995.

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